Il conflitto in Medio Oriente
Nessuna comprensione per il regime degli ayatollah di Teheran. Un regime durissimo prima di tutto contro la sua popolazione che perseguita, incarcera, piega a presunte regole religiose che servono solo per affermare il potere di una minoranza contro il popolo. È un regime alleato della Russia di Putin che ha sostenuto inviandogli migliaia di droni che hanno colpito la popolazione inerme nelle città dell’Ucraina. Però non è scatenando una guerra contro un paese grande come metà dell’Europa e ha 80 milioni di abitanti, che Israele può pensare di portare la pace in quella regione. Dovevano esserci degli attacchi mirati, comprensibili, al sistema di produzione nucleare militare: ci sono stati, ma ora si ricerchi la strada del negoziato perché il rischio che quel conflitto si espanda ai paesi vicini è un rischio concreto, molto concreto. L’Iran non è l’Afghanistan e non solo perché basta guardarne le dimensioni sulla carta geografica. Ha accordi di cooperazione strategica e militare con la Cina oltre che con la Russia, e anche la situazione ai suoi confini non è indifferente: la Turchia non ha nessuna intenzione di farsi marginalizzare da Israele. Un cessate il fuoco è indispensabile
Ps: Netanyahu ha attaccato per il pericolo che da anni viene periodicamente ricordato dell’arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, ma anche e forse soprattutto per l’instabilità politica interna alla sua maggioranza, placata infatti dopo il primo missile, e per farci dimenticare di Gaza, dove invece la situazione peggiora e dove la sua responsabilità aumenta di ora in ora e dove la comunità internazionale e l’Europa devono premere di più per far cessare l’isolamento (ora gli israeliani hanno tagliato anche internet) e i bombardamenti. Ne ho parlato oggi qui a Coffee Break.
L’Ucraina
Nel frattempo i russi continuano a bombardare, i civili, gli ospedali, le infrastrutture energetiche. Da quando Trump si è occupato della “mediazione”, Putin si è sentito ancora più impunibile, e i civili ne pagano le conseguenze.
Ma la guerra non è solo in Ucraina, è anche da noi, con i quotidiani attacchi cyber rivolti anche al nostro Paese e all’Europa che colpiscono infrastrutture strategiche o cercano di manipolare l’opinione pubblica attraverso vaste operazioni di disinformazione. Ne ho parlato all’assemblea regionale di Azione in Lombardia, qui un estratto.
In tutto questo, la deterrenza è l’unica via per evitare una guerra. Essere forti per non essere aggrediti: serve investire in sicurezza e difesa, soprattutto all’interno di una strategia europea. L’ho ricordato anche oggi su La7.
Il caso Paragon
Con il Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, abbiamo voluto fare chiarezza sulla vicenda che qualche mese fa era emersa di alcuni giornalisti e attivisti intercettati tramite lo spyware Graphite, della società Paragon.
Come ho avuto modo di ricordare spesso, per la loro delicatezza i lavori di questo Comitato rimangono riservati, ma possono essere indirizzate al Parlamento relazioni specifiche su alcune questioni. Ne abbiamo approvata una all’unanimità che ha definitivamente fatto chiarezza sulla correttezza dell’operato delle nostre agenzie di intelligence che erano state chiamate in causa (qui per leggere il testo).
La conferma che quello dei servizi segreti nel nostro Paese è tutt’altro che un mondo nel quale si può fare qualsiasi cosa: esistono regole, procedure, controlli. E che questo, fortunatamente, vale nell’alternanza dei governi che si susseguono. Ne ho parlato qui.
Poi questo non ci esime da continuare a capire chi ha spiato i nostri giornalisti e perché. Ci sono le indagini della magistratura, ma anche noi faremo la nostra parte.
Sui referendum
I referendum sul lavoro e la cittadinanza sono andati esattamente come era prevedibile da mesi: non è stato raggiunto il quorum. Se l’obiettivo era cambiare le leggi in questione, non è stato raggiunto, se era quello di mettere in difficoltà il governo Meloni, nemmeno. Anzi, centrosinistra e la Cgil hanno offerto alla maggioranza una boccata d’ossigeno. Ne ho parlato in questa intervista a Il Dubbio e qui ad Affari Italiani.
Speriamo, invece, che il governo torni a mettere al centro della propria agenda politica il tema del lavoro partendo dalle questioni vere: i bassi salari, la sicurezza nei luoghi di lavoro, gli investimenti in Transizione 5.0. Noi ci siamo e saremo pronti a sostenere tutte le iniziative che andranno nella giusta direzione.
Con Azione sui territori
Ho trascorso due giornate intense in Veneto, fatte di incontri, ascolto e confronto sul tema della fuga dei giovani all’estero e sul “coraggio di essere europei”. Dall’Europa al sostegno all’Ucraina.
Con Elena Bonetti, a Treviso abbiamo presentato i gruppi di lavoro tematici di Azione: un progetto aperto, concreto, fatto di competenze e partecipazione.
Azione c’è, dove si costruisce. Dove si discute. Dove si vuole cambiare. Ne ho scritto qui.
Rete pro Hamas in Europa?
Sono tornato ad interrogare il governo su Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia che sarebbe parte di un network europeo costituito da fondazioni ed onlus che finanziano Hamas. In questa nuova interrogazione ho chiesto proprio di una delle associazioni da lui fondate, La Cupola d’Oro, recentemente sanzionata dal dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti perché avrebbe sostenuto l’organizzazione terroristica Hamas con il pretesto di svolgere attività umanitarie. Hannoun era già stato inserito nella black list del dipartimento Usa e ed era stato sottoposto nel novembre 2024 ad un provvedimento di foglio di via da parte del comune di Milano.




